Rapporti di errore – Introduzione

Posted on 29th Říjen 2010 in Italiano

INTRODUZIONE

di Petr Král

La mia ricerca dei nomi nuovi della poesia ceca, che qui grazie ad Antonio Parente ho il piacere di presentare, l’ho condotta tra quegli autori che, fino ad oggi, hanno pubblicato soltanto un paio di raccolte, oppure, come in alcuni casi, soltanto in riviste. L’unico caso di divergenza sostanziale da questo criterio è rappresentato da Miroslav Fišmeister, il cui numero di testi pubblicati – dal momento in cui lo scelsi – è salito a cinque libri, quindi una vera e propria mini-collana; nonostante ciò credo che appartenga a questo gruppo, se non altro come eccezione che conferma la regola.

Nella scelta degli autori – senza tener conto della loro età – ha giocato un ruolo fondamentale anche un carattere di novità diverso, più profondo: la loro esplorazione poetica. Da questo punto di vista, mi interessava soprattutto osservare cosa avesse di unico ciascuno di loro; non ho cercato tra questi nomi i rappresentanti di diverse poetiche e programmi, tanto meno autori che esprimessero la loro opinione su questo o quel tema generale, predefinito. Ho ricercato piuttosto quel carattere fondamentale che rende la poesia poesia: non la trattazione di temi, ma l’affermazione di una visione personale.

I realia, che “provano” questa visione – e che la poesia chiama in causa – sono degni di nota solo secondariamente, così come la loro più o meno “contemporaneità” – per meglio dire, la loro eventuale specificità per il mondo contemporaneo. Il carattere innovatore della poesia si misura certo anche constatando fino a che punto si dà nome a cose fino ad ora senza nome, o almeno fino a che punto si trova una nuova espressione per temi vecchi (“eterni”). La sua reale contemporaneità, però, non la si può determinare dall’esterno, secondo l’argomento o il tema implicito, ma soltanto dal profondo, a seconda della sostanza e della natura interne – dal modo in cui tratta la realtà. Neppure il fatto che i nostri autori si pongano – o meno – nei confronti del loro tempo in maniera critica o “positiva” (quest’ultima è sicuramente in maggioranza) è un fatto così eloquente su un piano programmatico – sotto forma di mere dichiarazioni – come laddove il loro atteggiamento si è impresso nella percezione, nell’immaginazione e nel loro stile. Sono però contemporanei ognuno a modo suo: i testi “sperimentali”, giocosamente scapigliati di Gabriel Pleska o di Ondřej Buddeus rispecchiano aspetti diversi del tempo (e della sua critica) rispetto alle miniature compatte di Ladislav Puršl o di Jiří Koten e agli spostamenti semantici che le aprono – ed erodono – dall’interno. In ogni caso, tutti sono attuali, almeno se giudichiamo secondo l’affermazione di Francis Picabia, che “essere moderno significa esprimere qualcosa di proprio”; e ammettiamo che soltanto in alcuni casi troviamo naturalmente anche l’ispirazione dell’attualità esterna.

Ad ogni modo, i nostri autori ne sono consci, anche se oggigiorno c’è bisogno di resistere alle nuove sfide de”l’interesse per la contemporaneità”, con le quali alcuni critici cercano di assoggettarli; non più, almeno, in nome del “realismo socialista” e dell’obbligo ad essere impegnati per la sua causa, ma in una vena simile, non ispirata e moralizzante. Dietro i loro ukase si celano i meccanismi spietati dello “spettacolo” contemporaneo e della cultura subordinata al consumo, che spinge sempre più la vera opera – di cui la poesia è la quintessenza – verso i margini, se non dentro le mura di un ghetto. Questa situazione fa sì che numerosi giovani poeti (non solo cechi), nonostante le loro inclinazioni naturali, abbandonino la poesia per la prosa, nella speranza di raggiungere più lettori, pur perdendo la propria singolarità. Non resta che sperare che, almeno quelli più versati, comprendano presto l’effemerità di un simile guadagno e che tornino alla poesia. Magari con nuova forza…

Anche se ognuno di questi autori rappresenta solo se stesso, ciò non vuol dire che non sia possibile trovare dei tratti comuni. Tra essi potremmo indicare lo sguardo disincantato sul mondo, che per loro sembra essere oramai per sempre assurdo e allo stesso tempo banale; e, apparentemente, nulla ai loro occhi è capace di cambiarlo – tanto meno migliorarlo -, nemmeno la poesia e la forza magica della propria soggettività. (Anche in questo caso, l’unica eccezione potrebbe essere quella del folle affabulatore Fišmeister.) Anche laddove i poeti continuano ad essere incantati dalla stupefacente eterogeneità del mondo – ci riferiamo soprattutto a Ladislav Selepko, ma anche a Jakub Řehák – a differenza dalla maggioranza dei loro predecessori, non riescono ad estrarne quei lampi “prodigiosi” che, almeno per un po’, la trascendono e traspongono a un livello superiore; ma, con sorpresa, la ribadiscono soltanto. Caso mai, come per Ladislav Zedník, è come se la ordinassero secondo la chiave autobiografica, e ne separassero costruzioni e figure che riassumono il cammino fin qui percorso. Più spesso, però, le poesie suppongono – e trovano – dietro al presente echi di una preistoria alquanto lontana e cupa, di un’epoca immemorabile, precedente l’esistenza stessa degli autori (così come forse dell’intera era umana) e della quale sono solo dei postumi brancolanti – sia che visitino quel mondo preistorico originale solo di rado, in sogno e nella visione notturna (Čermák), sia che in esso tutto sia già accaduto in passato… e senza di loro:

“Nelle tasche cartine, quote

di musei spariti.

Siamo solo maschere

per un unico gesto.

Nulla da fare.”

(Jakub Řehák, Laggiù)

Con questa sensazione di “ombrosità” della propria esistenza senza dubbio è collegato il carattere specifico di quei passaggi dove i poeti danno sfogo alla libera immaginazione; le singole componenti delle immagini e la dimensione dell’arbitrarietà, con la quale sono legati, testimoniano che l’immaginazione, piuttosto che dell’esperienza diretta col mondo, si alimenta di esperienze secondarie acquisite da libri, riviste, film, a volte nelle loro situazioni più regressive, di fumetti o cartoni animati (come si può intuire ad esempio dalle visioni di Pleska o Fišmeister). Una certa arbitrarietà ostentatamente indifferente, in una certa misura, partecipa però anche alle evocazioni del mondo reale e dei suoi fenomeni concreti, quasi ad alleggerirne la calante attrazione; le parole che lo tratteggiano, come se soltanto pronunciate a denti stretti, lo tengono allo stesso tempo a distanza: “Nell’erba rossa siedono una penna a sfera dopo l’altra” (Fišmeister), “il parco fidanza il miele di vespe con la gatta tricolore” (Pleska), “In soffitta il luccichio di bozze serali, / il carico di stagno fuso, il coro corroso” (Řehák). Altrove la figura poetica si sviluppa arbitrariamente, a danno della sua capacità di denominazione, il significato attribuito alle parole stesse con prepotenza e derisione oltrepassa i loro contenuti: “Scoppiano gocce di sangue e si trasformano in lame, / quel ballo magico, quell’incontro di organisti // nel mio cuore” (Macura), “Tra le aste una pozza dal cielo, gocce di Mozart / nella rete si dibatteva il semiconduttore sacro” (Selepko), “Incanutisce l’inizio della primavera infioccata / con un certo privilegio di mediocrità” (Španger), “Penso a dove possa essere finito/ Il mignolo della mia mano sinistra – Speriamo / Che non finisca da qualche strega, lo macinerebbe / Secco nel caffè, contrabbandieri di notte così: / Nessun occhio li vedrebbe, nessun orecchio / Li sentirebbe” (Pleska). La fiducia dei poeti, però non è riposta nemmeno nella lingua stessa, a volte è piuttosto affidata alle sue posizioni marginali, recesse o ipertrofiche: “pensa che questo // luogo ha un motore / Ford Mustang 1968 // un otto cilindri che va su di giri sotto il sedere / di saint Venceslao” (Buddeus), “Il vino del non guardarsi attorno / prima di attraversare la strada; / capelli robotizzati all’ombra di alberi” (Fišmeister), “L’esumatore nei suoi pantaloni larghi guarda la pala / e poi la tomba, sputa sulle palme, ancora nulla / (…) E già sposta via lo scheletro dalla sua lugubre / gora!” (Macura), “Mi sono svegliato / e non ho più preso sonno” (Šedivý).

Per ognuna delle suddette caratteristiche si può certamente trovare tra i testi e gli autori scelti più di una eccezione… A volte, invece, sono dei motivi concreti ad accomunare i poeti; Bolechová e Koten, ad esempio, lo sono dall’amore per le stazioni, come luogo di passaggio e anche come fugaci oasi paradossali nel mezzo dei continui spostamenti, sempre più caratteristici per la vita moderna. Mentre Bolechová entra nelle stazioni con fermezza, come se in esse concentrasse il senso dell’intero viaggio, Koten piuttosto s’intrattiene trasognante nei buffet e nelle sale d’aspetto delle stazioni e assiste alla magia del cambio di segnale tra la lontananza e la vicinanza (Ústí nad Labem stazione centrale). Nel caso di Wanda Heinrichová gioca un ruolo simile la fermata del tram – o anche lo stesso tram, dal quale osserva il mondo; a volte sembra cercare il suo incerto ancoraggio, mentre sferraglia tra le case sfuggenti. Košinská e Bolechová riescono a trarre ispirazione persino dall’esperienza di abitare in uno dei prefabbricati della periferia – i panelák -, su una diversa scena ambivalente, dove, allo stesso tempo, si possono condividere i destini delle persone e rimanerne testimoni astratti: “… solo nei termosifoni lo strano / imperversare della risurrezione al piano di sotto” (Košinská).

La caratteristica principale che lega gli autori qui presentati è comunque la loro stessa creatività: il fatto di possedere una capacità di immaginazione abbastanza personale e unica da potere, attraverso essa, esaminare e approfondire il mondo anche lì dove – come in molte poesie di Viktor Špaček – è per loro solo fonte di disillusione. E anche in modo che contribuiscano a recuperare e creare negli altri quel desiderio del mondo che oggi lo scioccamente adorato e ipertrofico informazionismo minaccia di estromettere (soprattutto nei giovani), ma che non smette di essere una delle qualità fondamentali dell’umanità.

(c) Petr Král

(c) Traduzione di Antonio Parente

Published with Petr Král’s and Antonio Parente’s kind permission

comments: 8 »

8 Responses to “Rapporti di errore – Introduzione”

  1. nominek napsal:

    Hm, tak italsky teda nerozumím, ale aspoň hlásím, že narozdíl od toho minulého bezva článku o opeře se Ti už tento text zobrazuje na hlavní stránce :-)

    A teda lehce narcisticky jsem si všimla, že je v prvním řádku propašovaný můj zkrácený nick :-)
    tak ahoj
    nomi :-)

  2. Oby napsal:

    Tý jo, Henry, to mi něcopřipomíná…, že vona to buda ta předmluva Petra Krále v italštině? ;o)))
    Jinak bych řekla, že ačkoliv je hezké být na chvilku (někdy je to skutečně míň než hodina) na titulce bloguje, není to nakonec nijak směrodatné. Kdo tě bude chtít vidět, ten si najde cestu k tobě na blog i bez upozornění, že máš nového kapříka v rybníku. Nevím, jak kdo, ale já si sem občas přijdu vylovit z tůně nějaké překvápko ze staré sadby a málokdy jsem odešla s prázdnou… ;o)

  3. Henry Psanec napsal:

    Nomi, s tou hlavní stránkou to je tak, že text vložený z Rozepsaných se na hlavní stránce nezobrazuje.

    No jo, máš latinskou přezdívku!

  4. Henry Psanec napsal:

    Je to tak, Oby.

    A děkuju za komplimet!

  5. nominek napsal:

    3) Vidíš, Henry, tak jsem si až dnes uvědomila, že ta má nick-slátanina má vlastně mezinárodní význam :-)

    S těmi rozepsanými – nevím, občas jsem taky z rozepsaných dala a bylo to tam (ale měla jsem to uložené v rozepsaných jen pár minut).
    Spíš mě to kdysi vypeklo, že když jsem si dala do rozepsaných starší článek (omylem), tak se mi přesunul na aktuální datum…

  6. Henry Psanec napsal:

    Ano, klasický nominek – ještě by to chtělo nějaký druhý nick řecky.

    K těm rozepsaným – já tam dal článek, který v nich byl víc než týden. Ale nešť.

  7. petisee napsal:

    Ten Král se nám ale nesrozumitelně rozepsal… ;)

  8. Henry Psanec napsal:

    Tohle použiju někdy jako kritiku nějaké české knihy.

Napsat komentář

Vaše emailová adresa nebude zveřejněna. Vyžadované informace jsou označeny *

*

Comment

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>